“Sì, è possibile!”: è più di un grido di battaglia della Nazionale di calcio ecuadoriana che oggi gioca in Germania nella fase finale dei Mondiali contro la Polonia. Il motto
è l’espressione di una nuova atmosfera di ripresa nel paese partner della DSC situato nelle Ande sudamericane.
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Un simbolo di fiducia in se stessi ed ottimismo: la nazionale di calcio dell'Ecuador
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di Pamela Espinosa e Diego Mena*
Nel 2002 l’Ecuador riesce per la prima volta a qualificarsi per una fase finale dei Mondiali di calcio – una prestazione eccezionale per il piccolo e povero paese andino. Dopo le
difficili crisi economiche e politiche degli anni 1999 e 2000, culminate in particolare nella separazione della valuta nazionale dal dollaro US, il successo dei calciatori si era presentato agli
ecuadoriani come un simbolo di speranza.
“Sí, se puede – Sì, è possibile!”. Il grido di battaglia della nazionale non riecheggia da tempo più solo sui campi di calcio. È l’espressione della fiducia e dell’ottimismo che da
poco pervadono tutta la nazione. “Ciò che ci hanno dimostrato i calciatori lo possiamo fare anche noi”, si stanno dicendo molti ecuadoriani.
Il cambiamento ha preso avvio nelle menti
Prima del 2002 le cose erano diverse. “La Tri” (“il Tre”), come viene correntemente chiamata la Nazionale con riferimento ai tre colori della bandiera nazionale, non godeva di grande
considerazione nella popolazione. “Giochiamo male come non mai e perdiamo sempre. È una vera vergogna”, era il commento che veniva espresso nei vicoli di Quito, nelle taverne di Guayaquil o in altri
luoghi del paese dopo la maggior parte delle partite della nazionale.Le sorti della nazionale hanno poi subito una svolta a seguito di una serie di cambiamenti subentrati a tutti i livelli: dai
giocatori ai fan, passando per gli allenatori.
Lo spirito di squadra, allenamenti disciplinati, un comportamento rispettoso delle regole, il rispetto reciproco e il sostegno psicologico hanno consentito alla nazionale di calcio
ecuadoriana e al suo team di assistenti di forgiare una squadra ben funzionante. È così ritornata la fiducia e, con lei, i successi sul campo. La nazionale ha dimostrato al paese che ognuno è
artefice della propria fortuna.
Ognuno gioca i propri Mondiali
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Il gruppo A ai Mondiali di calcio
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Germania
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Costa Rica
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Polonia
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Ecuador
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I successi in campo hanno rafforzato la fiducia che molte ecuadoriane e molti ecuadoriani nutrono in sé. Oggi portano con orgoglio la maglia della nazionale. La nuova fiducia nel
proprio paese trova espressione anche nella vita quotidiana, sul lavoro, nella ricerca di nuove opportunità di concludere affari e in un clima politico di ripresa. Ed è così che in un Ecuador scosso
dalle crisi la squadra nazionale è diventata il simbolo dell’intera popolazione: tutti giocano i loro propri Mondiali e credono alla realizzazione dei loro sogni. Un graffito a nord di Quito esprime
questo stato di cose in modo sintetico: “Divento realista e penso l’impossibile”.
La squadra di calcio – e con lei l’intero paese – sogna ora di realizzare un risultato ancor migliore di quello conseguito nell’ultimo girone dei Mondiali 2002 in Giappone/Corea del
Sud. Lì la squadra aveva esordito nel torneo incassando due disfatte contro l’Italia e il Messico; ma poi, contro la Croazia, aveva potuto festeggiare la prima vittoria ai Mondiali nella storia del
calcio ecuadoriano grazie a una rete segnata da Edison Mendez.
Questa volta potrebbe andare più lontana, perché tutti i giocatori sanno per certo che: “Sí, se puede!”.
*Pamela Espinosa è assistente di progetto, Diego Mena è segretario presso l’Ufficio di cooperazione della Svizzera a Quito,
Ecuador
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La cooperazione svizzera allo sviluppo si impegna in Ecuador dal 1969. L’obiettivo principale è la riduzione della povertà e delle disparità sociali.
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Ulteriori informazioni:
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